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Archive for giugno 2010

Basta un giorno così.

Sveglia alle 6 (che diventano poi ovviamente 6.30) per ammettere finalmente il fatto che alle 9 avevamo un ESAME, ORALE, di FRANCESE (!), dopo aver passato la domenica ad aggrapparsi a scuse neanche troppo credibili per non studiare (prima – “no ma guardiamo una puntata di lie to me”, “no ma aspetto giuditta”, “ma come studiare?! gioca la nazionale fra poco, dobbiamo prepararci!”); ed essere passati in fretta all’ignoranza totale (dopo – “russell, non parlarmi in francese, io non parlo francese!”, “okay, allora ci vediamo dopo a vedere la partita del BRASILE contro la costa d’avorio (chi se la perderebbe mai…?!), ed è meglio se ci troviamo PRESTO, per prendere i posti!”, “okay dai studiamo un’oretta prima di andare all’irish… però prima mangiamo il gelato.”).

Un esame dato FINALMENTE alle 14.30. La prima volta che provo cosa significa essere ULTIMI in lista.. mai più.

Il pranzo di corsa per precipitarsi all’Irish a vedere Cile-Svizzera, in una stanza piena di cileni euforici, decidendo se ogni giocatore aveva o no la faccia da svizzero e promettendo che “se fa gol la svizzera, per solidarietà festeggio anche io con te, Russell.. prima che ci picchino!”..

A casa per riprendersi un paio d’ore, con un gran sonno ma senza voglia di dormire, la giuditta che sogna “donne francesi che entrano in casa nostra parlando francese”, “brava! vuol dire che hai imparato la lingua..”

Cena a base di insalata di riso, melanzane e spice girls (povero matt..), il fantastico gelato di gianni (“se trovi del gelato per strada, invitalo a casa carrara!”),le nostre teorie sulla somiglianze di David, con relativi fotomontaggi e l’immancabile musica scozzese…

Prima tappa della serata, Irish. Non essere capaci di guardare David senza ridere, terrorizzare una povera ragazza francese (da Tolosa!) con i nostri balletti, la nuova regola internazionale delle 10 volte (se ne scoprono sempre di nuove!) e, ovviamente, un po’ di sani discorsi anti-uomini.

Seconda – Terza tappa: camera sud e osteria s. stefano, chiuse. David che continua a disperarsi per quello che avremmo potuto postare sulla sua pagina facebook, io che riesco a batterlo al gioco degli sguardi (prima volta in vita mia che batto qualcuno in quel gioco!), inventarsi teorie su quello che si potrebbe fare in caso l’italia battesse il brasile ai mondiali (seeeh… ), Alexandra che dopo un pianto di 10 minuti sulla mia spalla mi guarda e mi dice “Ma come sei bassa stasera!” (!!), “matt, decidi dove andare… ma in italiano!!”, ogni angolo di bologna che ormai diventa il palcoscenico adatto per un balletto spice, “partire? chi deve partire domani?”.

Quarta tappa: lab. Le considerazioni sulla partita di tennis, “Federer è svizzero!” “…non ti credo!”, Rachael Giuditta e Alice che si lanciano in canzoni scozzesi, “facciamogli mettere su le spice, chiediamo!”, .. “chi parte? perchè continuate a parlare di partenze?!”.

Ultima tappa: casa carrara. Rachael che mangia le melanzane alle 2 di notte (“ho fame” “sì, lo so.”), andare a controllare se il nostro fotomontaggio ha riscosso successo, rinfilarsi esauste nel letto dopo una giornata lunghissima.

“Questo non è un addio, è un arrivederci.”

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…per Voi.

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Penso che le parole non bastano mai. Ne impariamo sempre di nuove, usiamo aggettivi su aggettivi (nelle ipotesi più rosee, eh =P ) che differiscono a volte solo per minime sfumature, ci culliamo nell’illusione di avere in mano chissà che potere, che non ci sia niente che non possa essere comunicato, descritto a puntino.

Penso che l’estate non è mai davvero una stagione, l’estate arriva per ognuno in momenti diversi. Ad un certo punto ci accorgiamo che il sole è lì fuori, come sempre; che è un’altra ottima ragione per sorridere “senza motivo”; che esistono serate in cui non esiste nulla che non possa essere accantonato, per vedere le persone che hai voglia di vedere, ridere di niente sotto le stelle, fare progetti.

La mia estate è stasera, mentre posso stare seduta in cucina con la portafinestra spalancata, la musica in sottofondo. Un vago tentativo di “fare il biancio” di un anno in questa città, che mi ha insegnato a conoscere me stessa, ad osservare, ad apprezzare momenti come questo.
A sorridere ripensando alle battute scambiate con la mia compagna di stanza prima che uscisse, alla giornata da trascorrere al mare con le 4 persone che in questi ultimi mesi sono state la famiglia da cui tornavo a casa la sera, le più pazienti compagne di confidenze notturne, nonchè le maggiori artefici della mia “crescita”. Sono loro, ovviamente, il primo, inaspettato regalo che questo primo anno di università mi ha fatto.

E proprio perchè le parole sono piccole e rimangono lì, intrappolate in mezzo agli spazi bianchi, non potranno mai essere abbastanza, abbastanza veloci, abbastanza incoerenti, abbastanza colorate per descrivere persone e momenti che hanno segnato le mie giornate.

Penso che ho imparato che le persone esistono. Le persone che crediamo di  cercare sono sotto i nostri occhi. Le persone che diventano parte della nostra vita le incontriamo per caso. E le persone che vogliono un pezzo di noi molto spesso se lo prendono, senza chiedere.

Penso a una persona che ha deciso quando era il momento di entrare nella mia vita a forza, che ha giocato a metterla sottosopra e che alla fine ha deciso anche come e quando voleva uscirne. Per quanto fosse sbagliato e irrazionale e stupido, rifugiarsi nei ricordi, negli stessi luoghi, nelle canzoni, nelle frasi, è stata l’unica cosa in grado di farmi stare bene, per un po’. Dopo questo, ho capito che la guerra alle emozioni, per negarle, per “modificarle” con il senno di poi, per capirle, è persa in partenza. A volte l’unica cosa da farle è metterle da parte e sperare di poterle vedere nella giusta prospettiva, prima o poi. Di crescere ancora.

Penso che le persone che un giorno ci toglieranno il fiato esistano anche quando ci sembra di non avere più spazio per nessuno.
Loro, sono solo da incontrare.

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