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Archive for ottobre 2010

Tutto e niente.

Premetto che io non sono nata viaggiatrice. Perchè è cosi’, si nasce o non si nasce viaggiatori, con la capacità di orientarsi e adattarsi ovunque, di trovare in poche ore gli angoli piu’ belli di una città, di ricordare i paesaggi, di esplorare nuove strade, di innamorarsi dei luoghi.

Io non sono nata viaggiatrice. Io sono nata irrequieta, impaziente, con la voglia di andare avanti, o di invertire la rotta, o di vedere posti nuovi. Ma non viaggiatrice. Io mi muovo ma il piu’ delle volte, non viaggio veramente.

E martedi’ mi chiedevo se esiste una forma di amore anche verso i luoghi. Non parlo di abitudine, di nostalgia, di affetto.
Parlo di voler accarezzare un luogo con lo sguardo, di assorbirne i particolari, di sentirlo vicino come una persona.
Ho sempre ascoltato le parole di una delle mie canzoni preferite, Goodbye Philadelphia, pensando che fossero “solo parole”  e che fuori da quella melodia non ci potesse essere un tale amore per una città.
Poi ho visto te, che conosci e riconosci le valli e le forme delle montagne e la neve e le curve delle strade. Ogni volta che me le indichi non mi dici il nome e basta, tu cerchi di spiegarmi dove sono, di farmici avvicinare e di farle un po’ mie.
Martedi’ ho pensato che si puo’ davvero amare un  luogo in maniera assoluta, che non vuol dire che vorrai rimanerci tutta la vita, perchè non è necessario, quel luogo è sempre nel tuo cuore.

Here on Seventh Avenue
I tip my old top hat to you
I hope you find somebody who
Will love you like I do

Vorrei poter provare qualcosa del genere anche io, un giorno.

 

D: “Adesso appena entra chiediglielo…”
A: “Ma nooo!”
D: “Si siiii!”
A: “Ma Diana..”
D: “Dai!”
R: “Was?”
A: “Salü!”
R: “Ciao!!”
D. & D.: “hahahahahaha!!!”
A: “Wo bisch gsi???”
D. & D. “AHAHAHAHAHAH!!!!”

“Was het das fer ä farb?”
“Griene?”
“Noo, è grie!!! E quelle cosa sono??”
“ä hüs.”
“Eh no, sono due…”
“zwei hüs..e?”
“hischini!!!”
“Aaaah…”

 

 

Quando sono qui scriverei tutti i giorni e non scriverei mai, sai servono tante parole per raccontare e a tu non me ne lasci mai, tu me le tiri fuori tutte fino all’ultima. E rimango davanti allo schermo senza parole da scrivere e milioni di cose che vorrei dire e sono costretta a correre da te ancora per avere da te ancora giorni da raccontare e ancora parole.

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Che si può diventare assuefatti anche al caffè americano.

Che “siamo tutti nella stessa barca” si dice praticamente allo stesso modo in tutte le lingue (o quasi?).

Che i francesi non hanno una “moda invernale” e una “moda estiva”: anche con 10° gradi ci sarà sempre qualcuno che gira in metro in maniche corte ed infradito. E nei negozi, appesi a due passi dai maglioni di lana si troveranno comunque i vestitini di cotone stile prendisole.

Che i tolosani infilano “truc” e “putain”, almeno una volta, in tutte le frasi.

Che se sei costretto a fidarti di qualcuno a tutti i costi, è meglio che sia tedesco.

Che l’entrecote qui è la fine del mondo (e anche dei tuoi risparmi) e il formaggio come in Svizzera non si mangia da nessuna parte. Però l’Italia rimane l’unico paese che conosco dove entrando in un posto a caso (parlo di chioschetti, bar, pizzerie, ..-non ristoranti, ovviamente) hai il 90% di probabilità di mangiare bene spendendo poco. E non sei costretto a precisare che non vuoi nè miele nè ananas nè olio di colza sulla tua pizza, perchè stranamente viene dato per scontato ovunque. *(Ma se leggete qui e trovate una pizzeria italiana dove mettono uno di questi ingredienti  anche se non espressamente richiesto, chiamatemi e aggiornerò l’intervento… Pur vivendo a Tolosa rimane acceso in me un certo spirito di democrazia…)

Richiamandomi al punto precedente, ho imparato che gli ideali di sinistra, come ideali “concreti” e fatti propri dai primi pensatori (Marx) e portati da qualcuno ai punti più estremi e radicali, ecco, non sono i miei. Durante queste prime settimane qui ho pensato tante e tante volte a tutti i ragazzi/e conosciuti al liceo che si professavano “filocomunisti” e sbandieravano proposte radicali con una certa leggerezza. A loro proporrei qualche settimana allo Chapou, o anche solo a studiare a Le Mirail.

A tutti quelli che si chiedono quale sia la lingua più “bella” e “raffinata”, anche dal punto di vista sonoro : il francese è una lingua melodiosa, senza dubbio. Ma l’italiano, l’italiano è la lingua dantesca. Non scherziamo eh… *

Beh, poi sembra scontato da dire, ma ho imparato che le persone fanno la tua “casa” più di qualsiasi altro fattore, che possa essere la lingua, la cultura, la cucina, il lavoro, il tetto sotto cui rientri la sera. E una chiamata in skype, una chat, un sms che attraversa la frontiera può farti sentire a casa, anche solo per pochi minuti, anche quando ti sembra quasi impossibile trovare quel calore attorno a te.

L’ultima cosa, che non mi sembra scontata per niente. Ho imparato che non si può stare con una persona per dirle “tu mi riempi le giornate”, “tu mi hai fatto fare dei progetti”, “tu hai dato un ordine alla mia vita”. Quello, è un lavoro che devi fare per conto tuo, che forse non finisce mai, perchè ogni giorno c’è qualcosa da rimettere a posto, da aggiustare, se non da demolire e ricostruire completamente. Penso sia un fatto.
In ogni caso – anche nei giorni peggiori – , non puoi fare affidamento su un’altra persona per sentirti vivo, o per scoprire cosa vuoi.
Non ho ancora le idee chiare a riguardo – su cosa ci si debba aspettare da una relazione o su cosa avvenga realmente quando la presenza di una persona inizia a cambiarti pian piano e a farsi largo nella tua vita. Ma sono assolutamente certa su ciò che ho scritto sopra.
E sul fatto che qualcuno ha contribuito – molto –  a rendere gli ultimi 3 mesi della mia vita un capolavoro, e sono contenta perchè sono qualcosa che rimarrà, in ogni caso.

 

La chicca dela giornata: perdere quasi mezz’ora a impiccare un pupazzo in salotto (con tanto di sgabello rovesciato sotto) e a inviare fotografie seguite da testo stile epigrafe, e pensare di aver vinto in grande stile, in due, il premio stupidità della giornata.
Tornare a casa e trovare il pupazzo ancora appeso, circondato da piante e cerini accesi.
Diana e Ralph ci hanno battuti, eh. 🙂

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Siamo sopravvissuti anche al lunghissimo (partito giovedì pomeriggio!) weekend in Toulouse.

Venerdì, colazione – ovviamente – all’Eima ( “metti su tu il caffè? dio, ormai senza il caffè qui non potrei sopravvivere…”), biblioteca, centro, libreria – dove ho comprato una favolosa agenda (!! ero contenta come una bambina!!) e “mange, prie, aime” – pranzo al subway, discutendo di politica italiana e finendo inevitabilmente con l’insultare i francesi (” se la tirano un casino, poi guarda qui, non funziona niente, guarda là, non si capisce, e poi sono così antipatici!!”).
Il nostro tentativo di andare ai giardini giapponesi, mais c’est fermée, vous là bas, faitez un demi tour, c’est fermé! … Ci rifugiamo nell’unico posto che non può chiudere causa vento, ovvero la quai de la Garonne, e quanto bene si stava a leggere sotto il sole!

Il sabato – “sono andato in dipartimento ma è chiuso, è incredibile!” – colazione con le paììììn au chocolate e poi via ad esplorare il mercatino dell’usato – dall’atmosfera indiana-misto-inquietante – , la fiera del cioccolato – carissima!-, il mercato occitanico in piazza del Capitole – “dopo l’inglese, l’occitano come lingua mondiale” (…) – e il pranzo all’unico centro commerciale degno di tale appellativo. Paolo che si incanta davanti a tutte le vetrine – “oh ragazzi, devo trovare un vestito nuovo per natale, mia mamma non deve capire che sono finito in una bettola” – , i progetti per la domenica, la mia prima visita in una sala da thè con Anaïs. La sera al Paul Sabatier a schivare i francesi cascamorti e a cercare di vedere la partita di volley con la nostra lentissima connessione che bloccava l’immagine ogni 30 secondi mentre la telecronaca (polacca) proseguiva..  -“beh, almeno abbiamo la suspence per sapere come finisce l’azione.. ah, ha fatto 3 punti il brasile” (e non averne visto nemmeno uno!).

Domenica:  pranzo al Buffalo Grill, “io mi sono messo a guardare i menu con le foto delle bistecche alle 10 di stamattina,non ci credevo che le avrei mangiate, e avevo troppa fame…”, i racconti di tavolini che crollano (dopo i frighi con la muffa – le prossime puntate coming soon), e “ci sono 3 cose che vorrei fare nella mia vita…”. Il pomeriggio studiacchiando tedesco e rinviando il cinema, con la consolazione del formaggio che mi aspetta nel frigo – il miglior sostituto di David che abbia mai trovato finora..

“Finora, il cibo è stato il nostro miglior investimento. E’ tutto più bello adesso!”

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Finalmente, scrivo di Tolosa. Avrei voluto farlo prima, ma causa la mancanza di una vera e propria connessione ad internet e il fatto che ero troppo impegnata ad arrivare alla fine di ogni giornata con un umore più o meno decente, non l’ho mai fatto.
Della prima settimana posso dire che è trascorsa fra il McDonald e l’auberge dove alloggiavano le prime persone che ho conosciuto: Paolo e Alberto, ovviamente italiani; Louisa, una ragazza inglese con le treccine rosa; Rodrigo, un ex professore di lingue messicano; Teldja, una ragazza francese che lavora come ricercatrice. Il nostro pensiero costante era la ricerca di una sistemazione decente, che sembrava davvero un’utopia. Tra una chiamata per un annuncio (“mi dispiace, non affitto a erasmus..”) e una carbonara (e il mio pensiero fisso “quando arriva David?quando?3giorni,2giorni,14ore..”) siamo sopravvissuti e, molto più importante, abbiamo trovato un tetto.

La seconda settimana si può tradurre in due costanti, combinate insieme:
1. nervoso misto a esasperazione misto a incertezza totale. Causa scelta dei corsi, tra una media di 50 fogli (che a me sembravano tutti uguali) affissi direttamente nei vari dipartimenti, dislocati fra 23 (?) batiments, cui si può accedere tramite scale, che però portano ognuna in un corridoio diverso.
Sei arrivato nel corridoio sbagliato? Riparti dal via.
Hai trovato il tuo corso? Bene, ora devi trovare quanti crediti vale. Ci dev’essere un foglio affisso, da qualche altra parte…
Hai trovato i crediti? Ora resta da trovare l’orario…
Hai trovato l’orario? Sì, quel solo corso si divide fra le aule 213, 1068, 2215.

…Sicuro di sapere dove sono?

2. Le colazioni all’Eima, una gran tazza di caffè americano contornato da biscotti e sfoghi vari. Chi non trova il corso, chi non ha ancora internet perchè non ha l’account, chi ha ricevuto l’account ma non è attivo, chi ha richiesto l’attivazione ma non va mai a buon fine. “Tu la tua coordinatrice l’hai vista? La mia non c’è mai!”,”Avrò mandato già 10 email alla mia università ma non si capisce ancora quanti crediti devo avere..”, “I miei appunti fanno schifo, durante la lezione non capivo niente, e la prof mi ha anche sfottuto perchè non ero in grado di starle dietro. E ha iniziato a parlare più velocemente!”

E il weekend, che arriva di giovedì. Ripiombare leggermente nello smarrimento, ritornare immancabilmente sul divano dell’Eima venerdì (anche se non c’è lezione..) e concludere che la cosa migliore è un buon libro da leggere sotto il sole. Sulla Garonna.
Strano ma vero, sia io che Andrea abbiamo finito per comprare un libro che parla di un viaggio, viaggi diversi, ma pur sempre viaggi. Sarà che ci sentiamo “ancora”  in viaggio? Ho pensato tante e tante volte se fra 9 mesi riuscirò a sentirmi a casa qui, e come suonerà sentirsi a casa qui dove tutto ora va troppo veloce per me – tranne il tempo. La cadenza delle parole, la spiegazione dei professori, le persone che incontro. Ognuno sembra un po’ un pianeta a sè qui, è difficile integrarsi, e noi stessi abbiamo modi di reagire e di reggere tutto questo che forse ci allontanano.
Ho incontrato tante persone che viaggiano da sole. Oltre al caso più eclatante, il ragazzo russo partito da S.Pietroburgo a piedi e diretto in Spagna, altri ragazzi come me abituati ad andare in vacanza da soli, o a vivere qui da soli. E’ stata una delle cose che mi ha fatto di più pensare, per quanto io non sarei mai in grado di fare lo stesso, per quanto io continui a sentirmi sola a momenti, anche quando ho un sacco di persone al mondo. Forse sta tutto nel farci l’abitudine.

Credo continuerò a cercare libri di viaggi.

Oggi ho conosciuto Anaïs, la mia “partner” francese. Mi ha detto che il vento che soffia sempre qui a Tolosa lo chiamano “il vento dei folli”, perchè fino a qualche tempo fa c’era un grande manicomio aperto a due passi dal centro.
E che questo vento accompagna Tolosa lungo tutto l’autunno.

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