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Oggi ho pensato che l’ultima frase che risultava scritta sullo schermo quando aprivo questa pagina era “Perchè non si può vivere senza esami?”. E sono qui per puntualizzare, perchè, detta così, non mi rappresenta affatto. Non sono abbastanza sicura che sia sempre per ragioni valide ma so di mettere me stessa costantemente sotto esame, ogni giorno. Che sia giusto o meno, da questo continuo rimuginare nella mia testa sono uscite alcune delle migliori decisioni che io abbia mai preso nella mia vita – quando ho deciso di pesare attentamente le motivazioni razionali e anche quando, ben conscia dei rischi, ho capovolto il tavolo per seguire beatamente l’irrazionalità.

Ma oggi,oggi sono stufa degli esami “reali”. Dei voti. Delle scale di valutazione. Delle persone che rincorrono un numero piuttosto che un giudizio. Giudizio di cosa? Livello di conoscenza? Cultura? Intelligenza? Nessuno sa cosa implichi esattamente ottenere un 30 piuttosto di un 20, eppure è curioso osservare come siano tutti concentrati sul risultato ancora prima di aprire il primo libro da studiare. Un risultato che è sempre relativo, però, perchè ci sono 30 e 30, c’è 30 con quel prof là, che si prende a occhi chiusi, e c’è il 25 con l’altro prof, che vale come un 30, perchè lui non da mai di più. E ci sono università del nord e del sud, italiane o europee, difficili o meno, e se sei straniero allora puoi sentirti realizzato anche con un “voto basso”, perchè si sa che è tutto più difficile…

Io ho passato più di qualche anno della mia vita cercando di essere la migliore. A partire dalla stellina colorata delle elementari alla tesina sugli effetti del nucleare in 3a media, a cui avevo lavorato talmente tanto e talmente approfonditamente, che davanti alla commissione era chiaro che cercassi, che meritassi un voto. Negli anni successivi ho aperto gli occhi – un po’ alla volta, perchè non è una conclusione immediata, specie a 14 anni. Non mi limiterò a fare della retorica ed ad affermare che conosco dei diplomati col massimo dei voti che io considero mediocri nella “vita reale”. Io non voglio dire questo. Voglio dire che i voti non hanno senso. Che non sono reali. Che non c’è motivo di insegnare a rincorrere un risultato che, se tutti potessero raggiungere, verrebbe considerato immediatamente privo di valore. Non si può studiare per qualcosa, leggere per qualcosa, nello stesso modo in cui non si ragiona per. Sto male quando sento qualcuno dire “faccio questo master/certificato per trovare meglio un lavoro”. Io non studio per convincere nessuno che merito un lavoro. Io studio perchè mi fa capire, mi fa crescere, mi fa diventare qualcuno che un domani saprà che lavoro vuole fare e sarà in grado di ottenerlo con le proprie forze.

Io ho scelto di studiare Lingue anche per questo. Perchè lì è ancora più evidente, che i progressi li faccio sulla mia pelle e non sui libri, quando sono in grado di leggere, ragionare, esprimermi in una lingua straniera. Se riesco a comprendere le sfumature che esprime un giornalista straniero riguardo all’ultima vicenda politica in atto, poco mi importa, francamente, del voto che prenderò quando dovrò completare un dialogo con i verbi coniugati correttamente. E non lo so se sbaglio o meno, non ho studiato pedagogia per dire che trovo ingiusto anche che vengano valutati bambini di 6 anni, su un’intelligenza che svilupperanno quando ne avranno 15 o forse ancora più tardi. E che l’unica cosa che vedo valutata intorno a me – forse – è il potenziale di intelligenza del singolo, piuttosto che l’uso che ne fa.

Ci sarebbero così tante cose da seguire, da capire, da leggere, e noi perdiamo gran parte del nostro tempo a concentrarci su un libro, per un volto in più, per essere collocati ad un livello – per l’ennesima volta, in una società in cui siamo sempre in una scala – e sentirci finalmente sicuri di noi stessi, di quello che possiamo fare. A mio parere, impiegare il tempo a perfezionare il mio CV non è quello che voglio fare.

E fatalità, la lista di verbi irregolari tedeschi che studio da più di una settimana, ancora si mescola e si annebbia tranquillamente nella mia testa, mentre sono assolutamente certa che stasera ricorderò ancora che la tavola si apparecchia con messer e teller e la differenza fra schauen e zuschauen – che David mi ha spiegato, una sola volta, la settimana scorsa.

Quanti giorni mancano a Natale? Ancora troppi, o davvero troppo pochi.
Ho paura che sarà una delle ultime sere in cui me ne sto beatamente a scrivere nel blog di fronte a David che lavora e impreca e impreca e lavora al suo progetto (“section.. donc.. porca vacca..”), la chat aperta con Serena, la grammatica di tedesco abbandonata sull’altro lato del tavolo.

Sono arrivata martedì e il tempo è volato, ma davvero, è so unfair.
Una giornata al Learning Centre, sere trascorse tra film cioccolate mandarini e partite a Tumball (vorrei avviare una ricerca sulla fortuna ai giochi di carte dei Zumofen, perchè no, farmi fare Tumball con 4 assi non è abilità!), ieri mercatini di Natale e oggi l’ozio totale, il tutto sempre circondati da tanta tanta tanta neve.

Perchè non si può vivere senza esami?

Let it snow.

Sono all’Epfl, ovviamente al mio amato Learning Centre, con le fotocopie di Hartmann davanti – precisamente: la conferenza di Jalta – e il cervello che fuma. Inizio a fare qualche progresso in tedesco, i.e. non devo più aprire il dizionario 8 volte in una riga, ho una vaga idea di quello che dicono le versioni che spedisco al pazientissimo monsieur Iehl ogni due giorni, anche se non ho ancora il coraggio di rispettare il patto con Diana – solo tedesco per me, solo italiano per lei. Ma forse questa sera dovrò sacrificarmi.. 🙂

Per il resto, Losanna mi sembra come l’avevo lasciata. Vorrei poter riscrivere, fra una settimana la stessa frase per l’Italia, che dai giornali esteri ogni giorno appare più confusa. Una cosa confortante, sarà che di sicuro, Rovigo non sarà cambiata di una virgola. Mi manca un po’ quella normalità, anche se so che è solo provvisorio, dopo due giorni avrò già voglia di Bologna, delle sue strade, della mia università, delle scorciatoie che conosco a memoria. Bologna mi ha cresciuta, c’è poco da fare.

Ieri ho insegnato a David a giocare a Tumball, e mi ha battuto due volte consecutive con un punteggio incredibile, mi devo arrendere al fatto che il Tumball non è il mio futuro – batto a malapena Géraud – e che David è troppo fortunato ai giochi di carte.
Oltre al Tumball, neanche nella magia potrei mai fare carriera. Valentin mi ha insegnato un trucco con le carte che mi è riuscito una volta sola, nella cucina della Paul Sabatier con Andrea, e che ieri ho rifatto almeno tre volte davanti a David – maledetto – che si divertiva a cercare di capire l’inganno mentre io rossa come un peperone cercavo di far funzionare il gioco. E ovviamente stasera la povera vittima sarà Ralph, e io perderò gli ultimi residui di reputazione anche qui in Svizzera….

Per il resto, non saprei cosa aggiungere ora, So che non è granchè coeso e dettagliato come intervento – avrei tante altre cose da raccontare -,  ma il tedesco mette come sempre a dura prova i miei neuroni, e quando (si spera che david finisca presto stasera) chiuderò i libri sarò troppo al settimo cielo e spensierata per mettermi a pensare al blog (anche se scrivo di getto e non bado per niente alla forma, mi serve comunque un po’ di impegno per scrivere qui). Faccio conto sulla mia memoria (ahiahiahi) per ricordarmi di questi bellissimi giorni, da qui al 9 gennaio.

Ah, il Natale.

Au revoir, Toulouse.

Si jamais a qualcuno venisse ancora voglia di lamentarsi dell’organizzazione italiana, o semplicemente della (meravigliosa E CALDA) Alma Mater, ecco a voi la cronaca di una giornata à le Mirail. Et je ne triche pas, per una volta non ho bisogno di ricamare sulla realtà per raccontare…

Il lunedì per me inizia alle 10.30 con Confais (Grammaire allemande), ma stamattina arrivo a Le Mirail già alle 9.45, per fare varie fotocopie, cercare del materiale che Hartmann ha lasciato in una biblioteca di cui ignoravo l’esistenza, e soprattutto, ottenere l’indirizzo email del sopraccitato professore (il mio preferito). Non per scrivergli quanto adoro le sue lezioni ma per sapere la data del suo esame, visto che non è fra gli appelli online e che non lo rivedrò prima di partire (domani mattina).
Dunque a fotocopie fatte, mi dirigo in biblioteca. ll materiale non si trova, devo ritornare oggi pomeriggio, quando ci sarà la responsabile, e chiedere a lei. Oggi pomeriggio ho lezione dalle 13.30 alle 18.30 e la biblioteca chiude alle 16 (non chiedetemi perchè). Ma ça va, qui bisogna prendere tutto con molta filosofia, perciò non ci penso e vado dritta in segreteria a chiedere l’indirizzo mail di Hartmann. Dopo una decina di minuti a spulciare internet, la segretaria mi risponde che non ce l’hanno nemmeno loro. Okay, sono ufficialmente fregata. Ma bene, è ora di andare da Confais, al resto penserò a pranzo. Filosofia.

Due ore di grammatica con Confais, che nonostante abbia l’arduo compito di ricordarci ogni lunedì mattina verbi forti e preposizioni, è il mio secondo professore preferito. Per chi ci vedesse “da fuori”, siamo semplicemente 7, raramente 8, frequentemente 4-5, radunati in un auletta striminzita, cappotto rigorosamente addosso, a leggere e a fare esercizi a voce alta. Niente quaderni, niente libri. Solo Confais che ogni tanto, illuminato da una parola o da una struttura, ci scrive alla lavagna – con uno dei suoi pennarelli portati da casa – una frase tipicamente tedesca, un’espressione frequente, un verbo particolare. Per qualcuno che ha ben presente le classi di 60 persone a Bologna, con costosissimi libri di lingua e ore passate a prendere appunti, beh, questo è un altro mondo.
Dopo la lezione parlo con Confais, lui è un altra tappa del mio giro della speranza: visto che nessuno a tenuto fede ai calendari pubblicati a ottobre e che mi ritrovo gran parte degli esami il 3,4,5 gennaio, sto girando tutti i professori implorando per la possibilità di sostenerli la settimana dopo. Visto che ho già prenotato il volo il 9, e che non riuscirei mai a studiare decentemente prima del 3. Confais è un sì certo, ne approfitto per chiedere anche a lui l’indirizzo email, ho ancora un milione di compiti da inviargli, e me lo scarabocchia su un post-it aggiungendo “Buon Natale”.

Esco dall'”ufficio” di Confais, ho un’ora – scarsa, perchè le lezioni non hanno mai un’ora precisa, non finiscono alle 12.30, ma a volte alle 12, a volte alle 13, ecc.. – e vado dritta all’eima con Ginevra. Non pranzo con lei oggi, ho promesso a Julien che avrei pranzato con lui, “prendiamo dei panini buonissimi che fanno qui vicino.” Ecco, lui è francese, e parla TROPPO, TROPPO velocemente per me. Non scandisce niente. E io oggi penso a Hartmann, agli esami – riuscirò a farmeli spostare da tutti?- , alla Caf – mi daranno tutti i soldi scritti nella simulazione? e se non me li danno? ah, odio i soldi. – , alla valigia da fare. E Julien mi chiede un sacco di cose, e io ascolto abbastanza solo per capire se la risposta che serve è del tipo “si-no”, e poi scelgo un monosillabo a caso. Risultato : 15 minuti dopo, all’eima, ho in mano un panino talmente piccante che mi da quasi la nausea. Io, che non metto un filo di pepe o peperoncino nemmeno sulla carne, e che non mangio mai messicano apposta. Ginevra ha le lacrime agli occhi dal ridere, e mi parla in italiano per non rovinare i miei ultimi residui di reputazione:
“Ma scusa anche te, ti pare che una salsa che si chiama “Salsa Samurai” non sia piccante? Ma non hai ascoltato il nome?”
“Gini, finiscila, ci manca solo la tua ironia oggi..”
“Ma per forza, ma samurai, io avrei pensato..”
“TAIS-TOI,non hai un esame domani?!”

Ore 13.30. Ho scoperto che Hartmann ha un corso dalle 14.30 alle 15.30, quindi, devo assolutamente braccarlo alle 15.30. Visto che a quell’ora sarei  a perfectionnement du français, dove facciamo qualcosa di utile – tipo le politiche dell’Onu sul colonialismo – circa ogni 3 settimane (ovvero:quando la prof si ricorda il materiale per la lezione), decido di andare solo per rendere i devoirs e avere la correzione dell’ultimo, che ho consegnato lunedì scorso. La Casteran ha la solita aria da casalinga disperata mentre cerca fra le montagne di fogli che si porta sempre dietro, mi mette in mano il lavoro mio e di Kathrin e mi dice “Non trovo il tuo compito, eppure ce l’avevo in mano fino a un minuto fa”. La guardo cercare per altri 5-6 minuti. Poi me ne vado, anche perchè, onestamente mi sento io in imbarazzo per lei. Per colpa dell’organizzazione del suo dipartimento, io ho cominciato il corso con un mese e mezzo di ritardo. Ho lavorato come una pazza per rendere i 3 testi  da fare nel semestre, in una settimana, perchè lei li correggesse prima di Natale. E regolarmente, ogni settimana ne dimentica uno. Faccio per andarmene. Mi dice “aspetta aspetta!”, fa un mezzo passo verso la cattedra, si gira, e dice “no, no, non lo trovo.” Bah, ecco, appunto. Me ne vado, torno all’eima sperando di rifornirmi di caffeina e pronta a fare un agguato ad Hartmann in meno di due ore.

Quando arrivo, sono tutti riuniti dietro la scrivania principale. Le spagnole hanno da due settimane un devoir di linguistica:devono  registrare una conversazione di 20 minuti fra due persone di madrelingua francese, e poi trascriverla pari pari, condita di “ehm”, intercalari, colpi di tosse e risate. E’ diventato ormai una missione officiale del bureau: una settimana fa, sono stati registrati Valentin e Geraud, non senza numerosi tentativi, visto che dopo 6-7 minuti non sapevano più che dirsi, e noi ci mettevamo beatamente a ridere rovinando la registrazione. Questa settimana, tocca alla fase trascrizione: visto che le spagnole sono in difficoltà, i francesi trascrivono un po’ a turno, non senza commentare le varie frasi: “ma non ti veniva di meglio da dire?” “sarà il 200esimo putain che trascrivo…”.
Jean Christophe arriva subito a punzecchiarmi. “Avanti, tumball, ho voglia di vincere.” Emmanuel ride. Io continuo a preparare il caffè.

Tumball è il gioco a carte più giocato, almeno all’Eima. Non è machiavellico ma non è nemmeno la briscola, perciò a volte è utile a distrarsi in pausa pranzo o nelle ore buche. Per me. Per Valentin, Geraud, Jean Christophe, Julien e Emmanuel, che giocano con me a qualsiasi ora io arrivi e fra di loro quasi dei pomeriggi interi, è una spirale. Panini, cene, passaggi ormai dipendono dall’andamento delle partite, vedi il mio panino-samurai. Ormai giochiamo sempre. E ormai ci ho preso gusto.
Perdo contro Jean Christophe (lui e Julien, che sono fratelli, hanno una fortuna assurda, non me la so spiegare), ma stravinco contro Géraud. 117 a 47. Mi hanno insegnato che è “demonter sa gueule”, ma dubito che sia un’espressione da ripetere in luogo pubblico. Lui comunque, si arrabbia, più perde e più si innervosisce. E io mi diverto da morire a punzecchiarlo. E lui si arrabbia. Mi chiede a quanto siamo. Inizio a dirlo con una punta di sarcasmo.
“ça fait huitant…ops, quatre-vingt..”
“hein no, parle français, vas-y, parle qu’on rigole un peu..”
“tu sais pas perdre,Géraud. ça c’est pas bien…!”
“arrete, c’est la prèmiere fois que tu gagne contre quelqu’un!”
“ahh mais c’est toi, et ça me plait!”
“ARRETE!!!!”

Dopo una schiacciante sconfitta, io resto sul divano con Emmanuel, Veronika (che studia) , Valentin e Julien. Veronika chiede il significato di parole del suo testo, si ferma di media ogni parola su due, e Valentin e Julien cercano di spiegargli ogni cosa il più semplicemente possibile, imitando il suo accento. E’ ceca, e oggettivamente la sua cadenza è la peggiore che io abbia mai sentito. Io e Manu parliamo di erasmus, e inglese, delle lezioni private che impartisce e dei corsi di laurea che ci sono qui.

15.45 Riesco a intercettare Hartmann, che finiva il corso alle 15.30 (in teoria, appunto). Gli chiedo un minuto, perchè avrei lezione (alle 15.30, ma nessuno è ancora arrivato, appunto), lui mi dice “beh anche 10” e gli racconto la faccenda degli esami. Mi dice che gli dispiace, che infatti l’organizzazione è un disastro, che non è giusto per noi, “ma non ti preoccupare, farai il tuo esame, a gennaio penseremo come e quando”. Poi gli dico che non ho trovato il suo materiale in biblioteca. Ci andiamo (dietro al bancone c’è Stéphanie :), e quando recuperiamo le fotocopie sono già le 16.15. E la mia lezione finisce fra 15 minuti, quindi abbandono l’idea di entrare e prendiamo un caffè. Prima di andarmene per la lezione dopo, gli chiedo l’indirizzo email, si jamais.
“Ah, io non ce l’ho. Ma ti lascio il mio cellulare, nel caso abbia bisogno di qualcosa.”
“…”
Rimango un po’ basita. Per quanto adori Hartmann e parli molto con lui, l’idea di chiamarlo al telefono per avere notizie dell’esame mi suona ancora folle.
“E non ti preoccupare se non torni il 3, voi erasmus non avreste nessun motivo per fare gli esami così presto. Studia e goditi la Svizzera!”
Sono sicura, sicura di non avergli detto che andavo in Svizzera dopo Natale.

Ultime due ore di lezione. Tedesco. Esercizi, grammatica, esercizi. Concludiamo la giornata con una specie di “teatro da fare”. Siamo a coppie, o a gruppi di tre, di cui uno è un agente turistico, e l’altro (o altri due) sono due turisti che cercano una sistemazione e devono valutare le varie offerte. Io sono sposata con Michael, abbiamo 5 figli, e un cane che vorremmo portare in vacanza. Cerchiamo un hotel con la piscina, così se fa brutto i bambini non possono romperci le scatole (scritto sul testo che ci fa da traccia). Xelha, che è la nostra agente, non riesce a trovarci un hotel.
“Dai c’è questo, è economico, potete prendere il cane, e c’è il parcheggio!”
“E la piscina?”
“Quella no, ma c’è la vasca da bagno…”
“Xelha, non posso metterci 5 bambini.”
“Neanche a turno?”
“Ma no. E se lasciamo a casa il cane?”
“Ma no!”

Alla fine  Dibella chiede ad ogni gruppo come si è risolta la faccenda. Tocca a me dirgli che non abbiamo trovato un hotel.
“Ma come no?”
“Non c’è la piscina…”
“E quindi?”
Il mio tedesco è troppo debole per le spiegazioni, e io sono stanca. Chiudo con: “Secondo me la cosa migliore è lasciare i figli a casa e andare in vacanza col cane. Nell’hotel di lusso.”

Dopo aver concluso il mio viaggio della speranza con Dibella – che non sa ancora, ma cercherà di venirmi incontro – aspetto Xelha in corridoio, e sulla bacheca degli esami, vedo un post-it. Mi avvicino, è scritto da Hartmann. Ci sono 5 date, fra novembre e dicembre. Recuperi di lezioni perse per il bloccaggio. Sono 5 ore in tutto. E io quel post-it non l’ho mai visto, e di quelle lezioni non ho mai nemmeno saputo l’esistenza.

In metro, Xelha e io non parliamo. Lei è visibilmente stanca. Prima che io scenda, mi da un bacio e mi dice “smetti di pensarci, ormai lei hai perse quelle lezioni, e da domani sei in vacanza. Buon Natale.”

E adesso ho una valigia aperta sul pavimento, un conteggio dei giorni semi-azzerato, le previsioni del tempo che danno solo temperature negative e una piccola scritta vicino, “schneefall”.

E domani, voglio pensare a un cerchietto da comprare e agli scaldamuscoli da mettere sopra le scarpe nuove. Al ciobar, perchè non si può non avere il ciobar in casa con la neve fuori. A quel pazzo a cui piaccio anche se mangio cioccolata tutto il tempo, e che si scrive una lista delle cose che gli ho detto vorrei mangiare. E ai miei stupendi genitori che mi aspettano a casa, nonostante io ultimamente giri in skype con una nuvoletta di pioggia sulla testa. A volte mi sento proprio Paperino.

 

 

Today has been okay.

Stasera devo scrivere, adesso devo scrivere. Per una volta, farò quello che non ho mai fatto finora: scriverò e basta, senza correggere, senza rileggere, senza scegliere le parole.

Ho dieci minuti per raccontare una delle più belle serate mai passate qui – il compleanno di Ginevra. Poche persone, qualche pizza, la cucina dello Chapou, tanto vino (d’altronde, siamo in Francia).. e delle fantastiche confidenze.
Con ordine, prima con Valentin, Kathrin e Per, preparando la pizza e raccontandoci la giornata. L’espressione che rimarrà storia, “quelqu’un appelle quelqu’un!”, quando un telefonino sommerso dai cappotti suona e le spagnole vogliono farlo presente al gruppo.

Una bellissima cartolina di compleanno “questi sono il tuo fondo per il cinema, non usarlo per comprare altro vino!”-   ringraziando Per, il primo che mi fa due foto, anzichè una, se nella prima i miei capelli erano in disordine. Due ore di confidenze con Ginevra, storie a distanza e non, ormai mi sento un guru sull’argomento, consiglio agli altri tutto quello che non so far presente a me stessa.  Scoprire che gli stratagemmi per addormentarsi, anche a distanza di tre mesi e a distanza di due paesi, sono sempre gli stessi. E “quante ore mancano al nostro volo?”- “ma perchè tu conti anche le ore?” – “ah certo!!”

Il tragitto per andare al Daniel Faucher, io Valentin e Kathrin dietro, Kathrin che d’improvviso non parla più, e due secondi dopo è in lacrime. Kathrin, proprio quella che non piange mai, che dice di aver dimenticato Empalot, che ogni tanto le cade dalle tasche del cappotto lo spray al peperoncino, che ha voluto venire qui e restare solo per un esame, per 6 crediti.
“Kathrin cosa c’è????”
“Il ragazzo francese, Roman, lui mi ha detto che ho un accento, capisci, l’accento tedesco. Lui mi prende in giro, anche Igor lo fa. E io non posso diventare professoressa se ho l’accento, non sarò mai una buona professoressa, capisci?”
“Ma Kathrin, fregatene! Non ti conosce neanche!”
“E tu parli bene francese Kathrin, io sono un francese, e ti posso dire che parli bene!”
“Lo dici perchè piango!! E tutti mi prendono in giro perchè sono tedesca, battute sul nazionalsocialismo, e che noi siamo aggressivi, non è colpa mia, io non ero là, io non posso farci niente, e mi ferisce!”
“Ma Kathrin, se per essere professori bastasse non avere accento..”
“Si infatti, e poi guarda Kathrin, tutti i miei prof di inglese hanno un accento francese!!”
“Ma io lo devo perdere, io a settembre devo insegnare, io non posso avere l’accento!”
Faceva strano vederla così, rannicchiata sul sedile con quei discorsi da bambina, quelli che facciamo un po’ tutti quando piangiamo per delle cavolate. Però per mei, lei era Kathrin, che abita nel batiment di fronte, che si lamenta con me della Casteran, che si preoccupa del nostro esame finale ma mai troppo, che va a tutti gli eventi Eima, che non si perde mai d’animo.

Un’ora in cortile a cercare di consolarla, dicendole tutto e di più. In quell’ora per me non c’erano più nè Svizzera nè Italia, non c’era nient’altro che una camera al Faucher per me e un’amica che piangeva nel sedile posteriore. E Valentin che non perdeva occasione per fare dell’ironia, “tu vedi Kathrin, Anna ha l’accento.. perdonami eh, ma io adoro troppo la tua RRR.. “kathRRRin, tu dois t’en foutRRRe!”- non te la correggerò mai, non posso!!” e “ah ma tu dovresti giocare a carte con noi, si perfeziona la lingua!”…

Un’altra ora nella mia camera, con thè e cookies e io che cerco gli ultimi rimasugli di saggezza in mezzo ad un sonno tremendo, col pensiero di Ginevra e i suoi commenti su Antonino (“mais si j’etais homosexuelle et ma copine noire.. t’es con, quoi?”) che mi fanno sorridere.

Stamattina che alzarsi è stata una tragedia, ma con un appuntamento alle 11 a Capitole e un telefono da trovare (“deve essere nella macchina di Valentin, deve!!” – e scoprire che era sempre stato in camera…), come si disdice un appuntamento preso alle 11, quando credevo sarei stata a letto entro un’ora? Allora bene, autobus, metro, Capitole, Ginevra che  arriva per pranzo, io, Kathrin, Anne-Kathrin in giro per negozi, arrivando a pranzo a mani vuote. Pranzo con tutti quanti mentre ancora si discute cosa fare questa sera e domani, io e Ginevra categoriche “io ho commentaire e un esame martedì”, “io ho due commentaires e due exposés.. per lunedì” -“va bene, hai vinto..”.

Il thè con Theresa e Kathrin, a parlare di esami ed exposé, per concludere che era meglio passare ad altro – ad es. il bébé a cui Theresa doveva badare ieri sera. “Com’è andata?”- “Ah, bene, ma è caduto..”- “???”- “Ah c’est pas ma faute, quoi…”

Il pomeriggio a scrivere un commentaire che onestamente fa schifo, oltre ad essere corto e poco coerente, ed è tutto quello che so fare. Con grammatica e vocabolario. Un bel pianto – che ci stava, qui piangono tutti, io dovrò venir meno proprio adesso?!?! – condiviso con Ginevra e per concludere in bellezza, dopo la cena a base di insalata e maionese, una delle puntate più tristi della storia di Grey’s Anatomy.

Meno 2,5, senza barare o togliere ore, sono 2,5. E’ okay.

Soo, rieccomi qua. Nonostante manchino ancora 3 giorni (treee?!?!) alla mia partenza, sono già di umore raggiante. Dopo  più una settimana che sognavo di farlo, stamattina ho “auschlafen” (“dormire senza aver puntato la sveglia” – i tedeschi sì che sanno che verbi è importante avere nel dizionario!). Dunque mi sono alzata una mezz’ora fa, mi sono preparata un ciobar e ora sono davanti al computer che sgranocchio cookies. Pas mal, hein?

Per oggi ho ben 3 missioni da svolgere. La prima e la più difficile: la lavatrice. Ebbene si, perchè per utilizzare le lavatrici della residenza (e non emigrare col trolley in centro città – dove le lavatrici non lavano), è necessario pagare con la carta dell’università. Ma per ricaricare suddetta carta, serve una cb (carte bleue) francese, che io non ho. Dunque, visto che Sara (una ragazza con cui praticamente trascorro le giornate, insieme ad Ana Lara) oggi non viene a le Mirail, conto di andare all’Eima, trovare una buon’anima che mi ricarichi la carta (Valentin o Geraud o Emmanuel) e tornare qui a lavare. In mezzo a queste varie fasi, ci sta di sicuro una partita a Tumball e un caffè americano :).

Seconda missione : il compleanno di Ginevra, una ragazza (italo)tedesca incredibilmente estroversa che ho conosciuto qui. Ci siamo piaciute da subito e quando ci incontriamo all’Eima passiamo molto tempo a parlare, però per un motivo o l’altro, non ci siamo mai incontrate fuori dall’università, per un cinema o un pomeriggio di negozi. Quindi sono rimasta abbastanza sorpresa quando mi ha invitato per il suo compleanno, considerato che saremo meno di una decina di persone (io e 8 tedeschi?), visto che lei non ama le grandi feste e meno ancora festeggiare il compleanno. L’appuntamento è alle 19 allo Chapou, ma prima devo comprare qualcosa da bere da portare (missione 3). Perciò insomma, per le 17 al massimo devo aver finito la maledetta laverie.

Vado!

Stasera sono davvero stanchissima, eppure mi sono imposta di scrivere. In questi giorni, ripensavo a come è nato questo blog, sul divano ikea di casa Carrara (avevo appena ricevuto il mio portatile e non riuscivo a connettermi ad Internet, perciò per due settimane – e oltre forse – il cavo lan giallo canarino e il divano di fronte al modem sono stati largamente utilizzati), con Anita che girava nervosamente avanti e indietro dalla nostra camera alla cucina borbottando in cinese (un classico), io che la interrompevo chiedendole “ma allora, come lo chiamo??”,una sfilza di nomi possibili e improbabili,maledizioni varie (in italiano: il cinese non era ancora così progredito, a parte sporadiche dissertazioni sul “piccolo pollo”), “ma allora non lo faccio, o sì, o no, ma io non scrivo bene come Allie!”. E via così.

Ho avuto mille esitazioni nell’aprire questo spazio, e ho continuato ad averne mille e una ogni volta che dovevo scriverci. Avevo progettato un diario, un insieme di volti e giorni e avventure, soprattutto in vista del mio erasmus, della Francia. E invece eccomi qui, interventi sporadici, il mio erasmus quasi del tutto assente e soprattutto, ogni volta che accendo il computer, la voglia di scrivere sempre delle stesse persone. Non ho certo rimpianti di questi ultimi 2-3 mesi in cui ho riversato qui la mia nostalgia di Bologna e anzi, vorrei aver scritto di più, di quando eravamo tutti lì, delle giornate indimenticabili che quasi ricordo a memoria, dell’estate che probabilmente rimarrà la migliore della mia vita.

Per queste ultime tre settimane (scarse), – il blog è nato per raccontare un anno, il 2010, anche se ripeto, so di essere stata tutt’altro che esaustiva – mi sono ripromessa di scrivere di più, anche solo una frase al giorno, ma di portare più dettagli quotidiani qui dentro. Lo vorrei fare, almeno adesso. Penso che questa piccola schermata meriti un po’ di più di quello che ho dato finora, in fin dei conti anche perchè, l’ho creata quando il 2010 era niente più che un numero per me, ed è stato un ottimo auspicio, si è rivelato un anno da favola.

Quindi, ecco, a domani.

[-4 giorni all’inizio del Natale per me. Non ce la faccio più ad aspettare]